Nelle mie formazioni e momenti di orientamento nei servizi al lavoro ho iniziato da diverso tempo a partire dalle narrazioni dei miei utenti e a chiedere loro di condividerle con i compagni di percorso. Mettendo sempre una cornice all’inizio dei lavori: “decidete voi cosa condividere e cosa non con i vostri compagni di percorso”.

Un po’ di tempo fa in un progetto territoriale avevo fatto una serie di domande lasciando il tempo necessario agli utenti per riflettere e per scrivere dei pensieri sul loro quadernetto. Tra le domande che avevo posto c’era questa: “Cosa ti porterà di nuovo questa esperienza?”

Uno dei ragazzi partecipanti F. ragazzo Rom di 22 anni aveva raccontato che per lui quel progetto voleva dire poter incontrare dei titolari d’impresa e far conoscere la sua professionalità. Voleva mettersi in gioco. Si stava impegnando tanto a cercare un lavoro perché come membro del suo campo anche lui voleva come tutti gli altri dare un contributo aiutare e rendersi utile. F. ci aveva raccontato che vivere in un campo Rom vuol dire che non ci si aiuta solo tra parenti ma tutti sono vicini li uni agli altri. Loro sono una famiglia allargata. Tutti si aiutano nel momento di difficoltà. Tutti gioiscono dell’altrui gioia.

In classe al suo racconto tutti ci eravamo emozionati. Ma in particolare si era emozionato A. 19 anni che ha poi espresso una sua importante riflessione dopo il termine del racconto di F. A. ha raccontato un suo pensiero secondo lui era bellissimo avere “una famiglia cosi grande”, così l’ha definita lui. A. ha poi condiviso che lui una famiglia e qualcuno su cui contare non l’aveva mai avuti perché era sempre vissuto in casa-famiglia. F. allora ha ripreso parola invitando A. al suo campo a pranzare insieme perché ora loro erano amici… E ha sottolineato che “essere amici per la cultura Rom vuol dire essere uno di famiglia”.

Questa condivisione di questa mia esperienza professionale per dirvi che il narrarsi permette di avere cura di Sé e cura dell’Altro. Le narrazioni fanno accadere proprio questo.

Il narrarsi è un atto pedagogico perché ascoltando l’Altro entriamo in risonanza con la sua storia e possiamo trovare connessione e ampliare il nostro sguardo mettendo in moto un processo empatico. Potremo divenire più accoglienti e domandarci cosa rende possibile quello che la persona mi sta raccontando? La narrazione ha, inoltre, l’importante funzione di definire l’identità del soggetto, sia esso un singolo individuo o una comunità.

La narrazione è il mezzo per il riconoscimento di Sé. Dove c’è il Sé si co-costruisce l’Altro. Dove c’è un Io che narra c’è un Altro in ascolto. E L’Altro in ascolto trova nutrimento ed interconnessione dalla narrazione che sta ricevendo.

La pratica autobiografica-narrativa permette di soffermarsi sulla propria identità. Se mai deciderete di intraprendere un lavoro di autobiografia sappiate che esso è un atto potente. Mettersi di fronte a un quadernino con tanti fogli intonsi con una penna in mano e scrivere di sé stessi è inusuale. L’esercizio di narrarsi andrebbe fatto per dare ascolto ai nostri ricordi. Perché se ci rifiutiamo di dare ascolto ai nostri ricordi, se abbiamo paura di ricordare uccidiamo per sempre una parte di noi stessi. Fare esercizio autobiografico ci aiuterà, partendo magari dal nostro ricordo più lontano, a riappropriarci della nostra infanzia, del gioco più bello e anche del primo ricordo doloroso. Saranno tanti piccoli tasselli di un mosaico che ci restituiranno quello che eravamo ci aiuteranno a capire il nostro presente e saranno una bussola per il nostro futuro.